Liberiamo gli anni 70

E’ bastato l’annuncio della “messa all’asta” di un volantino delle Brigate Rosse, nell’anniversario del rapimento di Aldo Moro, a far gridare a giornalisti e ai solititi politici il pericolo del ritorno al terrorismo in Italia, soprattutto in questa fase di crisi sociale.

di Italo Di Sabato

Scontri_di_piazza_anni_70Questo coro infame e strumentale ha lo scopo di rovesciare integralmente il senso e la realtà della storia di questo paese.

Allora è necessario occuparsi di aggettivi: Terrorista è il bombardamento aereo di una città. Non ha altro scopo fuori di quello di procurare strage a casaccio e seminare terrore tra indifesi e inermi. Il terrorismo comincia a Guernica nel 1937, sotto le bombe sganciate dalle ondate di attacchi della divisione Condor della Luftwaffe sopra un obiettivo civile che non aveva nulla di strategico, in un giorno di mercato. Rispetto a questo terrorismo, tutto quello che va sotto questo nome è sfumatura.

In Italia c’è stato il terrorismo ed è stato di Stato. E’ stato di Stato: uno stato al quadrato. Alimentato da apparati interni alle pubbliche istituzioni, con esplosivo scoppiato sui treni, in piazze, dentro le banche: è rimasto impunito. Consiglio perciò questa facile distinzione: considerate terroristi gli impuniti di strage. La loro impunità garantisce l’aggettivo.

Un paese con interi apparati statali compromessi con lo stragismo (e che sono stati compromessi non lo dico io: lo ha affermato un ministro degli Interni democristiano dei tempi come Paolo Emilio Taviani, tra i fondatori di Gladio), dentro un sistema capitalistico di intenso sfruttamento e di stragi sul lavoro. Rappresentanti politici di governo, uomini di partito che hanno alimentato la strategia della tensione, che hanno tramato per costruire svolte autoritarie e golpiste in Italia, dalla Rosa dei venti alla P2, che in alcuni momenti della storia di questo paese sono state preponderanti. E anche chi non era in quella cabina di regia, ne è stato in molti tratti complice omertoso, per realismo politico e fedeltà al “sistema” se non per convinzione. Uomini e apparati che hanno gestito i risvolti sporchi della guerra fredda e il volto opaco della democrazia italiana. Non bisogna dimenticare che tutti gli allora responsabili dei servizi segreti, i vertici dei carabinieri, numerosi alti funzionari della polizia, magistrati, autorevoli esponenti di partito erano attivi nella loggia P2.

Giovanni Pellegrino – che nella seconda metà degli anni ’90 è stato presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e sul terrorismo – ha cosi scritto: “ Nel periodo 1968-1974 settori del mondo politico, apparati istituzionali, gruppi e movimenti della destra radicale hanno elaborato e posto in essere una strategia della tensione […]; a tale strategia sono attribuibili tentativi di colpo di Stato […] tre grandi stragi impunite nel periodo 1969-1974 […] gli apparati di intelligence e di sicurezza, anche dopo il 1974, furono autori di attività di depistaggio e di copertura nei confronti di elementi della destra radicale individuati come possibili autori di fatti di strage”.

E’ questa una verità documentata negli atti parlamentari e che ha portato lo stesso Giovanni Pellegrino a dichiarare: “ La Commissione stragi deve avere il coraggio di dire agli italiani in forma ufficiale che le cose sono andate cosi: eravamo un Paese dove si è combattuta per molti anni una guerra, a bassa intensità, ma una guerra c’era” E ancora: “ In tutti i capoluoghi di regione, in uffici privati, erano dislocate tra il 1950 e il 1984 strutture miste di polizia da cui dipendevano dei civili, per lo più infiltrati, che operavano alla dipendenza diretta dell’Ufficio di sicurezza del Ministero dell’Interno e da quello che ne rappresentava il cuore e cioè l’Ufficio affari riservati. Queste strutture periferiche “parallele” raccoglievano notizie, infiltravano gruppi estremistici, operavano autonome indagini rispetto all’attività giudiziaria ufficiale[1]

Una “guerra” che ha prodotto 147 vittime e 690 feriti per le bombe stragiste e 414 dimostranti uccisi dalle forze dell’ordine dal dopoguerra al 1980.

E’ questa una storia d’Italia, rimasta sepolta nelle montagne di carte e documenti e nei tanti “armadi della vergogna” che trova nell’assoluta continuità degli apparati statali e polizieschi dell’Italia repubblicana con quelli del fascismo. Basti pensare che ancora nel 1960, 62 dei 64 prefetti di prima classe provenivano dai ranghi dell’amministrazione dello Stato nel regime mussoliniano E cosi pure tutti i 241 viceprefetti, i 135 questori e i 139 vicequestori. [2]

Paradigmatica di questa continuità è la figura di Marcello Guida, questore a Milano: città cardine e laboratorio privilegiato di quella strategia nel periodo della strage di Piazza Fontana e della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, avvenuta nei locali della questura dove era sottoposto a interrogatorio. Laboratorio anche dei pervicaci depistaggi delle indagini e delle coperture e impunità assicurate ai gruppi eversivi e terroristi della destra. Marcello Guida, funzionario della Stato fascista, era stato direttore del carcere-confino di Ventotene, dove erano rinchiusi militanti e dirigenti dell’opposizione al regime, comprese figure di riferimento del PCI, PSI. Tra di loro anche Sandro Pertini, che secondo alcuni nel giorno dei funerali delle vittime della strage di piazza fontana rifiutò di stringere la mano all’ex direttore del carcere-confino.

Quella della strategia della tensione è una storia parallela e nascosta, che è ormai trascorsa senza lasciare alcuna traccia nella pubblica opinione e nella società civile – e lasciandone invece di inevitabili e persistenti, in termini di continuità fisiche e culturali e di vincoli omertosi negli apparati statali – ma che pure dovrebbero porre qualche riflessione in più su quegli anni, sullo Stato democratico e sulle risposte che poi date al fenomeno della lotta armata.

Lo Stato ha vinto, quello che Pellegrino ha chiamato, la “guerra civile” con le organizzazioni armate, ma i vincitori hanno pervicacemente negato, negli anni,alle insorgenze armate, ogni radice sociale e politica, ogni motivazione di reazione ai profondi deficit di democrazia e di giustizia sociale di cui è stata intessuta la storia italiana del dopoguerra, con la particolare accentuazione del crinale tra gli anni ’60 e ’70, con la strategia della tensione e le stragi. Sconfitte quelle insorgenze, processati  e schiacciati da un destino di carcere si è consegnata alla storia e alle nuove generazioni una lettura e un giudizio di quei fenomeni come puramente criminali o, addirittura, psicopatologici. Ma dovrebbero bastare le cifre a svelare quanto si sia piuttosto trattato di un ampio fenomeno di radicalità sociale: 40.000 denunciati, 20.000 “passati” dalle carceri, 4.200 condannati, spesso senza nessuna garanzia del diritto di difendersi. Dietro queste aride cifre, le “carceri speciali”, la tortura, l’isolamento, la parte migliore di due generazioni ricondotta all’esilio, o “restituita” alla società dopo essere stata umiliata nella sua identità.

La storia degli anni ’70 non si può ridurre al peso della scelta strategica dell’uso della violenza da parte di alcuni gruppo. Si tratta di capire le ragioni profonde che hanno favorito quella parte di consenso raccolto dentro la società della minoranza armata. L’Italia è l’unico paese europeo in cui si è verificato un periodo cosi lungo di conflitto violento e con dimensioni sociali cosi ampie.

Negli ultimi 20 anni c’è stata una enorme maturazione e trasformazione dei movimenti sociali e antagonisti, con un abbandono generalizzato delle pratiche violente e un trasferimento dello scontro sul piano simbolico o su quello della disobbedienza di massa. Dall’altra parte, lo Stato ha continuato con le armi della repressione e della legislazione emergenziale.

Dalle giornate di Genova 2001 all’occupazione militare in Val Susa e con le numerose cariche gratuite contro ogni genere di manifestazione e vertenza sociale e territoriale, dalle persecuzioni e umiliazioni dei migranti, al ricatto imposto ai lavoratori, al ricorso alla violenza fisica. Per non parlare di Stefano Cucchi, Aldo Bianzino,  Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi e tanti altri usciti malconci dalle mani delle forze dell’ordine. Depistaggi, insabbiamenti, promozione dei responsabili sono state le risposte ottenute dai cittadini, senza parlare poi dei 15 mila denunciati per le lotte sociali dal G8 di Genova ad oggi. Una ulteriore dimostrazione di come lo Stato cerca scientificamente di trasformare le lotte politiche e sociali in azioni puramente delinquenziali.

Coloro che hanno in mano le redini sociali e di garanzia dello Stato, hanno dimostrato e dimostrano coi fatti, che della democrazia,  dei diritti dei cittadini se ne infischiano.

Oggi seminare la paura e l’odio, dentro la crisi, verso i “diversi” è diventato normale: gli extracomunitari, i rom e i gli altri dannati della terra sono eternamente sotto accusa. In Italia dalla strategia della tensione tramite le bombe del ’69 si è passati alla strategia della paura e dell’insicurezza tramite i mass media sempre più irresponsabili, come se gli stupratori, i rapitori di bambini, i terroristi non più “rossi” ma islamisti, i rapinatori di tabaccherie e gioiellerie e altri barbari di vario tipo stiano in agguato dietro ogni angolo non appena usciamo di casa. Si tratta di una variabile rozza del classico “Divide et impera”. Ora non sono più i cosacchi, ma i musulmani, i palestinesi, gli arabi i rom, gli “antagonisti” e i “no Tav”che stanno per abbeverare i loro cavalli in piazza S. Pietro…. E’ il nostro nuovo modo di dirottare su capri espiatori di comodo e impossibilitati a difendersi la paura e l’insicurezza che nascono dalla mancanza, dalla perdita o dall’incertezza del posto di lavoro, dalla crisi del sistema produttivo più forte e minacciosa del solito, dal pericolo di “deriva argentina” dell’Italia. La strategia e l’uso del capro espiatorio è vecchia più del cucco, ma ha sempre funzionato. La gestione del potere costituito e di quello arrembante per perpetuarsi, per poter fare e giustificare le guerre, ha bisogno di costruire società percorse dalla paura e dalle paure. Che portano immancabilmente alla costruzione del capro espiatorio di turno, per scoprire solo dopo che si trattava di un nemico è fasullo. Si tratta di una strategia che oggi serve a Monti e Napolitano per distogliere l’attenzione dalla crisi epocale in atto, nascondere le cause della crisi e poter eventualmente reprimere meglio le possibili rivendicazioni e lotte sociali.

Ma si tratta anche di una strategia che serve anche a ciò che resta della sinistra per poter in qualche modo mettere una pezza alla sua mancanza di programmi, analisi e idee adeguate ai tempi. Quando non si sa più dove portare il gregge e su quali pascoli continuare a farlo ingrassare, è sicuro che il gregge inizia a sfaldarsi: nulla di meglio, per ricompattarlo e governarlo, della paura tramite i cani pastore che abbaiano, ringhiano, mostrano i denti e se necessario azzannano….. Dopo che la sinistra ha gridato “Al ladro, al ladro!” per l’intera stagione di Mani Pulite, ecco che con il governo Monti si è passati al grido di “Al lupo, al lupo!”: i lupi ora sono i No Tav, gli “antagonisti dei centri sociali”, gli operai e i migranti e chi paga la crisi sulla propria pelle.

L’insegnamento che ho preso studiando il fenomeno della lotta armata in Italia è che non bisogna quasi mai credere ai mass media, specie alla tv. Bisogna rimanere critici e avere una propria visione critica del mondo, sapersela costruire: oggi tramite Internet e le tv satellitari si possono mettere a confronto le notizie e i giornalismi, il mondo dell’online permette di fornire e veicolare informazioni e giornalismi diversi dalla voce del padrone e dei padroni. Purtroppo i mentitori e i servi sciocchi molto prezzolati non pagano mai il fio delle loro menzogne.

L’informazione, o meglio il controllo sull’informazione, è una merce più preziosa dell’oro, sia di quello giallo che di quello nero, vale a dire del petrolio in nome del quale si sono combattute, si combattono e si combatteranno ancora guerre rovinose.

[1] Giovanni Fasanella, Claudio Sestieri con Giovanni Pellegrino, Segreti di Stato, la verità da Gladio al caso Moro, Einaudi 2000

 

[2] Gianni Cipriani, Lo Stato invisibile – Storia dello spionaggio in Italia dal dopoguerra ad oggi, Sperling & Kupfer  Edizioni 2000

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