L'attacco finale al mondo del lavoro |
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| Blog - Dalla parte del torto | |||
| Scritto da Italo Di Sabato | |||
| Domenica 12 Febbraio 2012 18:46 | |||
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di Italo Di Sabato Nell'ultimo mezzo secolo nel rapporto tra capitale e lavoro ci sono stati tre capisaldi che hanno messo sulla bilancia del lavoratore un peso che riequilibrasse tale rapporto: il contratto nazionale, la rappresentanza sindacale e l'impossibilità di essere licenziati, se non per giusta causa, nelle aziende sopra i 15 dipendenti (Art. 18). Di questi tre capisaldi ne è rimasto concretamente solo uno ed è l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Il modello Marchionne ha spazzato via nel gruppo Fiat sia il contratto nazionale che la Fiom, ormai esclusa da tutto. Il famigerato art. 8 della manovra estiva del governo Berlusconi, che consente di fare accordi “in deroga ai contratti e alle leggi”, ha invece ridotto di fatto a pura forma tutti i restanti contratti nazionali dando la possibilità di deroghe locali con la semplice firma di un sindacato compiacente e pilotato interno all'azienda.
L'articolo 18, infatti, disciplina quello che succede nel caso in cui un licenziamento sia dichiarato illegittimo e dunque, stabilisce quello che succede quando un datore di lavoro licenzia senza motivo un lavoratore. Se il motivo è giusto invece l'art. 18 non interviene e l'azienda può licenziare il lavoratore come disciplinato dall'art, 2119 del codice civile. Ma a parte questo viene spontanea una domanda: cosa c'entra l'art. 18 con la “riforma” del mercato del lavoro e quella degli ammortizzatori sociali? Nulla, come quando ci propinano che con i contratti precari e flessibili si sarebbe risolto il problema della disoccupazione giovanile e invece era ed è uno strumento per abbattere il costo del lavoro e togliere ogni tutela ai giovani stessi. L'articolo 18 non è quindi un elemento che impedisce il cambiamento, ma è solo la merce di scambio che governo, confindustria e partiti conviventi vogliono per mettere mano alle storture e alle ingiustizie di 15 anni di pacchetto Treu e legge Biagi. In linea generale la “riforma” Ichino/Fornero mette sul piatto l'abolizione delle 40 tipologie di contratti precari, con un contratto unico per tutti e l'allungamento del periodo di copertura del sussidio di disoccupazione (4 anni, 90% dell'ultimo salario il primo, e poi a scalare 80%, 70% e 60% negli anni successivi) più una buonuscita pari a una mensilità di salario per ogni anno di anzianità aziendale (con un tetto massimo). Ciò si applica solo a chi ha almeno un anno di anzianità all'interno di una stessa azienda e se il disoccupato stipula un accordo di ricollocazione con una apposita agenzia privata, che gli eroga il sussidio (anche con proprie risorse, aggiuntivamente alle risorse provenienti dal sussidio oggi a carico dell'Inps) e che ha interesse economico a sistemarti velocemente il lavoratore in un nuovo contesto produttivo (quindi arriveranno proposte continue anche di lavori mediocri e malpagati e in caso di rifiuto c'è il rischio di perdita del sussidio). In cambio di questa “riforma”, governo e confindustria vogliono l'articolo 18, cioè la libertà di licenziare sempre e senza giusta causa, solo perché sei brutto o perché hai chiesto qualcosa che ti spetta, o perché sei iscritto ad un sindacato che all'azienda non piace. Perché per loro è cosi importante questo articolo dello Statuto dei Lavoratori? Perché è l'unica forza che ha il lavoratore per far valere i propri diritti e bilanciare il rapporto di debolezza e subordinazione che ha nei confronti dell'azienda. Infatti laddove non si può applicare (aziende sotto i 15 dipendenti) si assiste spesso a situazioni al limite della dignità e rapporti basati esclusivamente su paura e ricatto. Ma c'è un altro motivo. Se l'articolo 18 lo si abroga nel contesto di un depotenziamento totale del contratto nazionale e con la morte della democrazia sindacale si ottiene un effetto devastante in cui le aziende si ritroveranno con lavoratori privi di tutele, ricattabili e con sindacati filo aziendali con a capo qualche prezzolato dell'azienda stessa. Quindi lo scambio è chiaro: zero tutele all'interno delle aziende, più tutele fuori dall'azienda in caso di licenziamento. Il paradiso terrestre dei padroni!!. Per questo l'articolo 18 va difeso con ogni mezzo da giovani e vecchi, pensionati e disoccupati, da chi lavora dove non può essere applicato, da chi vive con un contratto precario e flessibile. E' l'ultima arma in mano ai lavoratori per far valere, a livello generale, un rapporto di forza nei confronti del mondo imprenditoriale e politico. Crollato quello, le condizioni dei lavoratori peggioreranno per tutti anche per coloro che a prima vista possono legittimamente pensare che l'articolo 18 non gli sarà mai applicato e con la riforma Ichino/Fornero almeno prende qualche soldo che ora gli viene negato in caso di licenziamento. L'abolizione degli obbrobri contrattuali e una maggiore tutela economica in un periodo di crisi sono elementi che servono adesso, senza dover dare niente in cambio. LEGGI ANCHE
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