Il benecomunismo

di Italo Di Sabato

Tantissime persone hanno partecipato sabato 28 gennaio a Napoli al Forum dei Comuni per i Beni Comuni. Amministratori locali, attivisti di movimenti sociali, protagonisti di lotte a difesa dei beni comuni e dei diritti lavoratori, giovani, militanti di forze politiche della sinistra, cittadine e cittadini. Tutte/i attivamente alla ricerca, dal basso, di una prospettiva politica in grado di prefigurare un’”alternativa”, nei contenuti e nelle pratiche, per uscire a sinistra dalla crisi del liberismo, della democrazia rappresentativa, della politica spettacolo.

cb_20_genn_blog_italo_di_sabato_su_infiltratoUn appuntamento importante anche a fronte delle scelte del governo “tecnico” e delle forze parlamentari che le hanno concesso la fiducia.

Ora dentro la crisi sociale ed economica in cui viviamo, la necessità di costruire una opposizione sociale che sappia rideclinare una idea alternativa di società. Siamo letteralmente ad un bivio. Socialismo o barbarie, diceva Rosa Luxemburg nel 1915. Oggi l’alternativa è tra il “benecomunista” o l’essere schiavi dentro la dittatura del mercato.

Viviamo in un epoca dove il lavoro è svalorizzato e deprivato della sue funzioni sociali e morali, ridotto a pura merce fra le altre, e conseguentemente lavoratrici e lavoratori sono in balia di un mercato che li tratta come cose e che non tollera la loro umanità e tanto meno la stessa possibilità che i loro interessi comuni possano pesare nella società, nei confronti delle loro controparti, nelle istituzioni dove si prendono le decisioni, nel sistema dell’informazione, nel mondo della cultura.

Di converso esiste una casta, questa si davvero una casta, di capitalisti, di banchieri, di finanzieri, di “manager”, di tecnocrati e di burocrati che decidono per tutta l’umanità, i cui interessi, perfino immediati, sono assolutizzati e santificati come gli “unici possibili”, come oggettivi, come indiscutibili.

La situazione attuale non è figlia di nessuno, non è il risultato del semplice e automatico “sviluppo” del sistema capitalistico o dell’abilità della casta, quella vera, di impossessarsi del potere incontrollato che le permette di “dettare” agende e provvedimenti ai governi e ai parlamenti, più o meno democraticamente eletti, nei suoi esclusivi interessi.

Che Monti appartenga alla casta, quella vera, è dimostrato dal fatto che appartiene non a una ma addirittura a due organizzazioni internazionali (non segrete ma assolutamente impenetrabili alla stampa e all’opinione pubblica) finanziate dalle multinazionali. Parlo della Commissione Trilaterale e del Gruppo Bilderberg. Su entrambe queste organizzazioni c’è un’ampia letteratura che ne descrive l’importanza e l’attività. Nonché gli obiettivi che sono esplicitamente quelli di coordinare capitalisti, tecnocrati, manager e governanti amici, per imporre le politiche neoliberiste a tutto il mondo. Lo dimostra il fatto che è stato un tecnocrate della commissione europea nominato e confermato sia dai governi di centrodestra che da quelli di centrosinistra. Lo dimostra il fatto, ma questa è solo una mia opinione, che nonostante il suo curriculum universitario e le sue pubblicazioni siano modeste o comunque analoghe a quelle di altre decine di professori, è considerato una personalità di primissimo piano. Senza chiamare in causa le sue presunte capacità scientifiche (come tutti i neoliberisti non ha mai previsto nessuna delle crisi ed al contrario ha sempre pronosticato meravigliose crescite e sviluppi mai avvenuti) è evidente che la sua “importanza” è esattamente quella di appartenere ai circoli che “contano” nel mondo della finanza e del sistema. È per questo che è quasi unanimemente considerato “credibile”.

Napolitano, ma purtroppo non c’è nulla che l’obblighi a farlo, dovrebbe spiegare quali sono gli “altissimi meriti nel campo scientifico e sociale” di Monti che avrebbero “illustrato la Patria” che l’hanno indotto a nominarlo all’improvviso senatore a vita.

Basta leggere la sua biografia, le sue cariche universitarie e l’elenco modestissimo delle sue pubblicazioni, per rendersi conto che ci sono decine di altri personaggi che meriterebbero la carica di senatore a vita al posto suo.

Ma oggi mentre tutti sanno la verità, e cioè che Monti è stato nominato senatore a vita e poi Presidente del Consiglio perché diretta emanazione e organicamente componente della casta dittatoriale, tutti si genuflettono riconoscendogli misteriosi grandi meriti, dichiarandogli stima più o meno sconfinata, compresi quelli che dicono di opporsi al governo (come Di Pietro e Vendola).

Permettersi di dire che Monti è un uomo della casta dittatoriale che ha creato esattamente i problemi che sarebbe chiamato a risolvere e che non meriterebbe affatto di essere nominato senatore a vita, è oggi, soprattutto, tra chi pur considerandosi  progressista o addirittura di sinistra, è ridotto ad essere un passivo tifoso, più contro Berlusconi che a favore di qualsiasi cosa,   come andare a San Pietro e bestemmiare.

La durezza di questa crisi ha fatto venire in luce l’essenza antidemocratica del sistema dominante e svela ogni giorno di più l’inganno e la natura del “gradualismo” della “sinistra liberista”. È con questo ossimoro che bisognerebbe definirla scientificamente, senza però aprire infinite dispute nominalistiche che lasciano il tempo che trovano, visto che è difficile coniugare i termini “liberale” e “democratica” con l’accettazione della dittatura del mercato.

Tutto questo dovrebbe aver fatto piazza pulita dell’uso improprio del concetto della necessita di “un nuovo centrosinistra” o di un “nuovo ulivo”.

Alla disgregazione sociale seguente la messa del mercato e della finanza al centro del sistema e del modello sociale, alla emarginazione della classe operaia (per due decenni il mantra è stato perfino che era sparita o in via di estinzione) e delle sue organizzazioni politiche e sindacali, alla crescita dell’individualismo sfrenato, della guerra fra poveri, del razzismo e dell’egoismo localista, è cresciuta parimenti una concezione della politica totalmente separata dalla società (tranne che per le allusioni mistificatorie agli effettivi problemi sociali per scopi spudoratamente elettoralistici). Il bipolarismo, la governabilità, la velocità delle decisioni da prendere per inseguire quelle del marcato, il potere del governo rispetto al potere del parlamento, il parlamento dai confini bipolari e maggioritari rispetto al parlamento rappresentativo e proporzionale, i partiti a-classisti rispetto ai partiti interclassisti o di classe, i leader rispetto ai collettivi democratici e così via, non sono accidenti o prodotti del (mancato) intento di semplificazione della politica. Sono la riduzione della politica alla funzione di gestione dell’esistente, con la relativa espulsione di qualsiasi progetto o perfino minima rivendicazione che fuoriesca dai confini stabiliti dagli interessi del capitale e del mercato. Per conservare una almeno apparente dialettica democratica si finge che i due schieramenti o partiti concorrenti per la gestione dell’esistente, siano effettivamente alternativi. E maggiore è la loro similitudine sull’essenziale, e cioè sull’accettazione della dittatura del mercato, maggiormente si gridano insulti e ci si accapiglia nella dimensione della politica spettacolare. Maggiormente si tenta di vincere le elezioni cercando di deprimere l’elettorato altrui, alimentando la non partecipazione o il voto “antipolitico”, che non è altro che il prodotto più reazionario che conferma l’ineluttabilità della dittatura del mercato. Maggiormente si alimentano speranze e illusioni, con un uso spregiudicato delle allusioni e perfino delle descrizioni suggestive dei problemi sociali reali, salvo poi produrre disillusioni fornendo il fianco alla speculare operazione, condotta dalla opposizione, dello schieramento opposto.

Trovo per un verso ridicolo e per l’altro vomitevole che ci sia chi, a sinistra, parli di alleanze e di governo come se fossimo negli anni 50 o 60. Come se la società e la politica non fossero cambiate, e in peggio. Come se i partiti con cui allearsi fossero propositori di un gradualismo verso il superamento del capitalismo. Come se il governo da conquistare qui ed oggi avesse a disposizione i poteri effettivi per contraddire gli interessi del capitale. Come se la cultura di governo non fosse, come lo è stata per i comunisti all’opposizione per decenni, la capacità di proporre soluzioni e riforme per il paese bensì accettare per un presunto pragmatismo di confinare ogni proposta dentro le compatibilità imposte dalla dittatura del mercato. In uno scivolamento senza fine per cui dire no alla TAV e destinare le risorse per risanare il territorio invece che una proposta tipica di chi ha una seria cultura di governo diventa un estremismo non pragmatico. E gli esempi si possono fare a decine se non a centinaia.

La nostra storia è piena negli ultimi due decenni, in Italia come in altri paesi europei, di partiti o di scissioni che su queste basi hanno portato acqua al mulino del bipolarismo tagliando il ramo su cui erano seduti.

 

 

Oltre il bipolarismo degli Affari della II Repubblica

 

Tra il 1992 e il 1994 il sistema politico, partitico e parlamentare è crollato sotto i colpi inferti dall’inchiesta giudiziaria chiamata tangentopoli. La procura di mani pulite e molti intellettuali “liberali” pensavano probabilmente all’epoca di spianare la strada al governo degli incorruttibili, cioè dei magistrati, e invece l’hanno spianata a un capitalismo aggressivo, compiaciuto e iperpoliticizzato.

Anzi, oggi credo che si possa dire che i partiti al governo nella I^ Repubblica sono affondati non perché se ne scoprisse di colpo la propria immoralità, ma perché erano diventati inutili e non più capaci di rappresentare interessi di centri di potere economici e finanziari.

Caduto il muro di Berlino, finita l’epoca di Yalta, la strategia capitalistica si è posta il problema della distruzione di ogni compromesso sociale fra capitale e lavoro. Per raggiungere questo obbiettivo è stato necessario gettare le basi per avere uno stato forte, un parlamento che non fosse più il luogo sul quale si riflettono gli antagonismi presenti nella società, un governo capace di gestire l’emergenza permanente.

Per realizzare questa “sovversione dall’alto” tre forze vennero mobilitate:

  1. la fazione politica e confindustriale che hanno accettato le regole imposte dalla globalizzazione neoliberista che ha prodotto con forte ritmo le misure di riordino economico, giocando implacabilmente su svalutazione e inflazione, sulla riduzione del salario reale e lo smantellamento del welfare, le privatizzazioni e le politiche repressive al fine di risolvere l’urgenza;
  2. la magistratura come taske force degli interessi della globalizzazione liberista. Certo i magistrati con la loro azione sembravano attaccare non semplicemente i corrotti, ma le stesse forme del funzionamento corrotto della democrazia parlamentare. Perciò essi sono stati appoggiati entusiasticamente dalla gente. Dimenticando, però, che ogni democrazia in un sistema capitalistico è sempre un ordinamento della corruzione e che ogni nuova proposta di governo dentro un ordinamento capitalistico non potrà essere altro che una forma diversa e equivalente di corruzione. Finché ci sarà capitalismo ci sarà una democrazia corrotta e questo la magistratura lo sa;
  3. l’asse Segni-Occhetto sui referendum elettorali. Si è trattato di una emanazione diretta della confindustria, il prodotto del trasformismo politico degli strati di “notabilato” della vecchia struttura politica con un sostanziale accordo con le nuove correnti del populismo, in primis la lega. Il fine dei “referendari” è stato quello di garantire, nel nuovo ordine costituzionale della II^ Repubblica, il predominio della finanza attraverso la trasformazione del parlamento in organo di notabili (maggioritario) e l’efficacia conservativa del governo.

 

Oggi il Parlamento, di cui viene continuamente rivendicata la “centralità” è infatti divenuto un’assemblea truccata. Camera e Senato sono dominati da una maggioranza relativa che si finge assoluta grazie a un abnorme “premio di maggioranza”. Gli stessi parlamentari non sono eletti dal popolo, ma nominati da pochissimi capipartito. E tutto questo pasticcio è basato su uno sbarramento percentuale che, unito al premio di maggioranza, impone alleanze improprie fra forze politiche, sociali e culturali del tutto estranee. Lo stesso tipo di degenerazione ha corroso e reso lontane dai cittadini anche le istituzioni locali. Ovunque vige l’elezione plebiscitaria di un capo assoluto. Questa democrazia finta, ritagliata a misura di un ceto politico trasformatosi in casta privilegiata, questo sistema fondato non sulla sovranità popolare, ma sul disprezzo e la manipolazione di elettori ridotti a sudditi, si presenta come una recita noiosa e inutile ed è per questo che nelle ultime elezioni la partecipazione al voto è in caduta libera.

Il fatto grave è che lo svuotamento della democrazia  rappresentativa è l’inevitabile risultato di una società fondata su uno squilibrio abissale tra ricchi e poveri, potenti e persone comuni. Al punto che oggi capitalisti e speculatori (mafiosi o legali), apparentemente azzerati dopo tangentopoli, hanno occupato tutte le sfere del potere.

D’altra parte tutto il potere dei media asservito al bombardamento propagandistico fondato su falsità ripetute milioni di volte, l’individualismo estremo, che ha reso di fatto ciascuno piccolo e solo di fronte agli apparati giganteschi del potere economico e politico, spiegano ampiamente la difficoltà, in questi anni, di costruire un argine a questa deriva.

Bisogna ripartire dall’abc della democrazia.

E non è un caso che in Italia in pochi hanno dato conto di che cosa chiedono di concreto gli “indignados” spagnoli o gli “occopy wall streett” americani , che da mesi occupano le principali piazze del paese, e di conseguenza sono pochi gli italiani che lo sanno: ebbene quel movimento (che definisce se stesso “democracia real ya”) chiede con gran forza nei suoi punti di rivendicazione “la modificazione della legge elettorale per garantire un sistema autenticamente rappresentativo e proporzionale che non discrimini nessuna forza politica né volontà sociale”. E’ questa un’assoluta necessità per liberarsi del soffocante bipolarismo che anche in Spagna, come negli Usa,  uccide la democrazia, costringendo gli elettori a scegliere tra due varianti del medesimo “pensiero unico” e delle medesime politiche antipopolari, cioè fra il Psoe di Zapatero e la destra del Ppe.

Penso allora che in  Italia l’uscita dalla II repubblica e dal berlusconismo passi anche dalla conquista di una legge elettorale proporzionale, al fine di rompere con il meccanismo della delega che oggi ha prodotto solo una profonda lacerazione tra la politica e la società.

 

Il “bene comunismo”

La crisi economica e finanziaria ha portato anche ad una trasformazione profonda, e straordinariamente rapida, nell’ambito dell’immaginario politico. Ad esempio qualche anno fa parlare di lotta alle privatizzazioni dei saperi e dei beni comuni si rischiava di essere ridicolizzati, trattati come folli o gente degna di vivere in un museo preistorico, dai grandi politologi e editorialisti. Anche in Molise ad esempio il giornalista Giuseppe Tabasso nel commentare le mie dimissioni da Assessore Regionale a fronte della presentazione in Giunta della Proposta di Legge di riforma dell’Erim (Ente Risorse idriche del Molise) in una azienda mista pubblico/privata mi definì “ un vetero cattocomunista malato del morbo di Bruckner, nostalgico della statalizzazione sovietica che non vuol comprendere che le magnifiche sorti del mercato e della globalizzazione potranno solo far crescere il Molise” (Nuovo Molise – marzo 1997).

Per questo credo, alla luce anche dello straordinario risultato dei referendum di giugno, che il governo Monti ha tentato di cancellare con un colpo di spugna all’interno del decreto liberalizzazioni,  che noi oggi abbiamo di fronte una nuova sfida, alle barbarie del capitalismo dobbiamo contrapporre un nuovo spirito pubblico, una idea comune.

Costruire una “comune” dei beni comuni per riannodare politiche economiche, ambientali e sociali. Un terreno utile a superare la separazione tra azione per la salvaguardia della natura e dell’ambiente e la difesa delle condizioni di esistenza delle popolazioni.

L’esperienza che si sta  vivendo in larga parte del continente latino americano è un esempio di rinnovamento della politica e di un nuovo paradigma anticapitalistico.

Le pratiche del “buen vivir” pur essendo proprie del contesto e della storia dei quei popoli e di quelle terre, rappresentano comunque l’urgenza di rielaborare il concetto di potere non inteso come “ingresso nella stanza dei bottoni”, quando piuttosto come opportunità comune di servire il bene comune. Né consegue che la democrazia non può essere considerata un processo compiuto ma è sempre in itinere e si alimenta, soprattutto, dalla capacità di attivare e praticare conflitti e vertenze.

Da qui penso che se vogliamo uscire dalle secche della politica dello spettacolo tutta incentrata alla ricerca del leader salvifico e di un antiberlusconismo solo di facciata bisogna osare, lanciando la sfida alla costruzione di un altra politica per un altra società.

Una “bene comunismo” per l’appunto capace di opporsi alle privatizzazioni, alla devastazione ed al consumo del territorio con infrastrutture ed insediamenti inutili e dannosi, alla delocalizzazione ed allo smantellamento di insediamenti produttivi, alla precarizzazione ed alla cancellazione dei diritti del lavoro, alla costruzione di anacronistiche ed inquinanti centrali energetiche ed inceneritori di rifiuti, alla marginalizzazione ed alla distruzione dei luoghi dell’istruzione pubblica e dei saperi. Ma anche in grado, proprio a partire dalla partecipazione e dalla socializzazione della conoscenza, di progettare e costruire vertenze locali finalizzate ad affermare un diverso modello di economia e di società. Pratiche capaci di mettere in campo localmente modelli di gestione partecipati e efficienti dei servizi pubblici locali; modalità efficaci e responsabili di riduzione, recupero e riciclaggio dei rifiuti; alleanze, filiere corte e intrecci solidali con l’agricoltura diffusa della varietà e delle qualità; nuovi piani industriali, elaborati in virtuose sinergie con il mondo dei saperi al fine di dare futuro, valore e sostenibilità ad insediamenti produttivi che il padronato smantella  o delocalizza a fini speculativi; modelli di mobilità collettiva e sostenibili e sistema dei trasporti alternativi.

Un alternativa che non può certamente generarsi facendo affidamento a dinamiche interne all’attuale sistema politico bipolare ampiamente omologato nel modello economico liberista, più o meno temperato. Un sistema escludente, malato di autoreferenzialità, separatezza e leaderismo. Affinché ciò si materializzi non può ovviamente essere eluso o semplificato il nodo della sua strutturazione, con modalità organizzative certamente leggere e orizzontali, e delle sue relazioni, del suo impatto nei luoghi della rappresentanza, nelle istituzioni della democrazia rappresentativa.

Un processo di tale natura può peraltro favorire la riaggregazione dal basso, sui contenuti, nel vivo delle pratiche sociali, di tutte le forze della sinistra, smontando nel contempo ogni pericolosa ipotesi a cavalcare le potenzialità antagoniste e alternative di questa soggettività diffusa in funzione di ipotesi politiciste e leaderistiche di alternanza, tutte interne alle degenerazioni del modello bipolare.

Insomma credo che ci sono tutte le ragioni e le condizioni per non far decantare questi processi virtuosi e investire le nostre energie, nel rispetto di tutte le autonomie e soggettività con l’umiltà del “camminare domandando e ascoltando”.

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