Cinema come denuncia

di William Mussini

Grasse risate, “lacrimoni popcorniani”, sorrisi, emozioni, cellulari che vibrano, commenti sottovoce, commenti che dalla prima si sentono sino all’ultima fila.. Il cinema oggi è un calderone di milioni di variabili, di storie più o meno vere, di fantastici mondi in 3D e di battutacce da bar fatte passare per mera rappresentazione di modi di essere degli italiani del nuovo millennio. Quindi al cinema passa un pò di tutto; certo! Passa la merda come passa la poesia, passa il divertimento intelligente come passa la banalità.

E noi ci ritroviamo sulle poltrone di un multisala ad aspettare l’inizio del film di turno, in un contesto direi rassicurante, con i colori e gli odori dell’America dei fastfood, con le belle ragazze alla biglietteria, con le caramelle morbide e le patatine, bibite e noccioline.. minchia! praticamente un supermercato. Vabbè, diciamo che le patatine ed i popcorn non fanno schifo a nessuno. Ciò che tutto questo suscita però, in un cinema multisala moderno, è la strana sensazione che io chiamerei “smarrimento mediatico di massa!”

Al cinema si va per vedere un film, uno che magari ti interessa per l’argomento che tratta, quindi come davanti uno scaffale commerciale, scegli la marca di pasta che ti aggrada, vedi il film, mangi la pasta, punto. Ed allora io, mi sento perso, smarrito nel meccanismo consumisitco che contribuisce alla dispersione intellettuale, all’appiattimento imposto dal sistema holliwoodiano che concepisce l’intrattenimento cinematografico come “divertimento” e come business da botteghino. La produzione cinematografica naturalmente è altra cosa rispetto alla fruizione della stessa.

Anche se l’adeguamento al sistema ha coinvolto anche i registi di solito definiti “impegnati” ad una sorta di compromesso artistico-commerciale. Se il film non vende purtroppo non è un buon film a prescindere dal reale valore dei contenuti. Come dire, se fai soldi e fai fare soldi sei vincente, altrimenti sei sfigato. E’ questo il ragionamento spicciolo largamente diffuso, figlio di una politica ben strutturata, finalizzata ad ottenere ovunque ed ad ogni modo il profitto, a scapito del valore intrinseco e dell’utilità dell’opera cinematografia. Io credo che i grandi registi del passato, non faccio nomi perchè ognuno di noi ha una propria lista preferenziale, quando realizzavano film, avevano come scopo primario la volontà di raccontare, di comunicare attraverso le immagini e facevano film con quattro soldi, con mille difficoltà.

Oggi, salvo eccezioni, i registi oltre a voler comunicare devono arricchire il sistema che gli offre l’opportunità di lavorare. Dai produttori agli sponsor, ai distributori, il vortice di denaro si avvolge attorno all’opera cinematografica declassandola da “opera” a “prodotto” cinematografico. Ma si sà, alle masse non importa un cavolo di tutto il dietro le quinte, alle masse piace divertirsi, distrarsi appunto, piace essere cullate dalle poltrone ergonomiche e poi commentare sguaiatamente le scene più fighe dell’ultimo insulso filmone in 3D.

A me come a Giorgio Gaber negli anni ottanta, piace pensare al fatto che mi sono perso tutti i più grandi campioni di incassi del cinema contemporaneo. E’ appagante farsi una passeggiata e pensare che al cinema in quel momento proiettano l’ultimo colossal americano, e tu sei lì col tuo cane, che passeggi e ti godi l’arietta fresca di una sera in primavera. Chi di cinema vive e prospera mi dirà: Ma che cazzo dici? Se la gente non và più al cinema, il cinema muore! No rispondo io, muore tutto l’indotto di stampo capitalistico che incrosta l’industria del cinema. Il cinema, quello autoriale, fatto da registi indipendenti e prodotto con autofinanziamenti o da investitori coscenziosi, quello non morirà mai! Bene mi fermo qui. Come punto di partenza per future riflessioni sul “cinema come denuncia”, argomento principe del blog, mi sembra abbastanza. Approfondimenti e specifiche le affronteremo insieme nelle prossime settimane. Buon cinema a tutti!

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