Se Ultimo indaga su Massimo Ciancimino

Tutta la verità sulla strana indagine lanciata come una bomba sul testimone chiave della Procura di Palermo a pochi giorni dall’inizio del processo sulla trattativa

di Adriana Stazio

Pignatone_Napolitano_ultimo_cianciminoIl 29 ottobre a Palermo nell’aula bunker del Pagliarelli avrà luogo l’udienza preliminare del processo sulla trattativa Stato-mafia. L’indagine è nata nel 2008 dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, che, in quanto figlio di Vito Ciancimino, fu testimone oculare di quella trattativa. In questo processo il giovane Ciancimino sarà dunque la principale fonte probatoria, il testimone più importante, oltre ad essere tra gli imputati, proprio a causa delle sue dichiarazioni. Un processo che “non s’ha da fare”, un processo che vede sul banco degli imputati pezzi dello Stato insieme a capi di Cosa Nostra. Sono anni che assistiamo ad attacchi concentrici e sempre più forti contro da un lato la procura di Palermo e dall’altro Massimo Ciancimino, il supertestimone, attacchi volti ad isolarli e a delegittimarli. Il clima col quale si va all’udienza preliminare non è dei più sereni, con un conflitto di attribuzione aperto dal Quirinale in corso e grande tensione e attacchi all’indagine e ai magistrati che l’hanno condotta anche dall’interno della stessa magistratura.

Come se ciò non bastasse ieri, 4 ottobre, a poco più di tre settimane dalla data fatidica, all’improvviso ecco esplodere un’altra bomba. Le agenzie titolano: “Trovato in Romania il tesoro di Ciancimino” (deja-vù, titoli già visti, ogni tanto ne trovano uno di tesoro di Ciancimino…). La procura di Roma diretta da Giuseppe Pignatone indaga il supertestimone della procura di Palermo per concorso in riciclaggio insieme ad altre otto persone. Perquisita l’abitazione di Massimo Ciancimino e quelle degli altri indagati. Le indagini sono condotte dal NOE dei Carabinieri diretto dal colonnello Sergio De Caprio già noto come capitano Ultimo del ROS dei Carabinieri, protagonista dell’arresto di Riina e della mancata perquisizione del covo. Titoloni sparati con grande risalto per un’accusa pesante da parte della procura di Roma. Salvo poi andare a leggere il decreto di perquisizione e scoprire che contro Massimo Ciancimino non c’è assolutamente niente, nemmeno un’intercettazione, lui non compare mai in tutte le vicende relative al presunto tentativo di vendita di questa discarica. E la cosa ancora più singolare è che sugli stessi fatti indagava la Procura di Palermo che aveva recentemente chiesto l’archiviazione.

Ma in questa vicenda ci sono troppe cose che devono destare scandalo e far riflettere. “Capitano Ultimo indaga su Ciancimino” titolano i giornali on line come se fosse una cosa normale. Come può un personaggio come il colonnello De Caprio condurre una simile indagine? E’ grazie alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino e ai documenti da lui consegnati, che hanno anche fatto tornare almeno in parte la memoria ad un bel po’ di uomini delle istituzioni e collaboratori di giustizia, che oggi superiori e colleghi di Ultimo si ritrovano imputati nel processo sulla trattativa (Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno), mentre a Palermo è ancora in corso il processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano i cui imputati sono i due ufficiali del ROS Mori e Obinu, processo nel quale la testimonianza di Massimo Ciancimino è ancora una volta fondamentale per l’accusa. Ma c’è di più. Massimo Ciancimino non accusa è vero direttamente De Caprio, ma racconta i retroscena della cattura di Totò Riina, racconta che la mancata perquisizione del covo fu episodio chiave di quella trattativa, concordato con Provenzano e con i carabinieri. Serviva per dare un preciso segnale e porre le basi per intavolare la vera trattativa. Non a caso il colonnello De Caprio lo ha più volte attaccato e insultato pesantemente con odio in occasione delle sue deposizioni dandogli del mafioso e del “servo di Riina” al pari dei magistrati che davano credito alla sua testimonianza.

E’ tollerabile che un cittadino renda una testimonianza su fatti a sua conoscenza che tirano in causa uomini delle forze dell’ordine (o magistrati) e che poi gli stessi possano indagare su di lui per incastrarlo? Ed eventualmente impedirgli di testimoniare o comunque delegittimare la sua testimonianza?

Eppure pare che nessuno in questo Paese narcotizzato si faccia domande così banali e scontate. I giornali riprendono acriticamente le agenzie che a loro volta riprendono acriticamente le veline ricevute. Forse per questo non avremo mai la verità in questo Paese, perché ancora non abbiamo capito come funziona, perché certi argomenti tabù in realtà non vogliamo affrontarli, perché non riusciamo ad avere il coraggio di non farci condizionare dalle campagne di delegittimazione messe in atto artatamente.

Ma due parole è giusto spenderle anche per l’altro protagonista di questa inchiesta, il procuratore Giuseppe Pignatone. Una storia “gloriosa” alle spalle come collaboratore fedelissimo e fidato di Pietro Giammanco, il procuratore che ostacolò Falcone e poi Borsellino in tutti i modi, tanto che fu cacciato da una rivolta dei sostituti procuratori della DDA dopo la strage di via D’Amelio. Noto anche per i suoi stretti legami con Salvo Lima. Ci sarebbe tanto da dire su Pignatone, ma ci limiteremo a ciò che concerne la vicenda di Massimo Ciancimino. Fu Pignatone, all’epoca procuratore aggiunto a Palermo e stretto collaboratore dell’allora procuratore Grasso, a coordinare (insieme all’altro aggiunto Sergio Lari) la strana inchiesta sul “tesoro di don Vito”, quella della famosa perquisizione nel 2005 a casa di Massimo Ciancimino in cui il papello fu trovato e poi richiuso nella cassaforte per ordini superiori (secondo quanto raccontato dagli stessi carabinieri), quella in cui sparivano faldoni contenenti intercettazioni e documenti che chiamavano in causa politici, compresi quelli che riguardavano Berlusconi e Dell’Utri… Mentre Massimo Ciancimino riceveva dal sedicente capitano che veniva a fargli visita a casa (poi identificato dallo stesso come Rosario Piraino dell’AISI, i servizi segreti interni), l’”amichevole consiglio” di non parlare né di trattativa né di Berlusconi e alla sua domanda “e se me lo chiedono?”, rispondeva sicuro del fatto suo: “Non te lo chiedono.” E infatti non glielo chiesero. Quando Massimo Ciancimino nel 2008 iniziò a raccontare quanto a sua conoscenza ai pm Ingroia e Di Matteo, raccontò anche tutte le stranezze di quella indagine. Queste e molte altre, riguardanti la gestione strabica dell’inchiesta che aveva tenuto fuori metà società Gas, il gruppo Brancato, indagando solo sul gruppo Lapis. Accusando di fatto anche i magistrati che avevano condotto l’indagine, compreso Giuseppe Pignatone e uno dei vice di Piero Grasso, Giusto Sciacchitano.

Nel dicembre 2010 tutti ricorderanno il primo ciclone che travolse Massimo Ciancimino: la procura di Caltanissetta lo indagava per calunnia a Gianni De Gennaro, mentre in contemporanea per una singolare “coincidenza” la stampa pubblicava stralci suggestivi e ben confezionati di intercettazioni ambientali che coinvolgevano Massimo Ciancimino a colloquio per lavoro con un uomo che secondo gli inquirenti sarebbe vicino alla ‘ndrangheta. Anche allora si voleva far pensare ad un’operazione di riciclaggio, in realtà fu una bolla mediatica. Ma una bolla micidiale dal punto di vista della delegittimazione. Le intercettazioni erano finite sui giornali fresche fresche di trascrizione ad opera dello SCO e della Squadra Mobile di Reggio Calabria. Chi era il titolare di quella indagine nell’ambito della quale Massimo Ciancimino sarebbe stato intercettato per caso? Ma ancora il nostro Giuseppe Pignatone, all’epoca procuratore capo di Reggio Calabria!

Poi il procuratore lascia in anticipo Reggio Calabria, stupendo tutti, va a Roma e su chi indaga ancora? Su Massimo Ciancimino! Ah, i casi della vita! Soprattutto quando l’indagine su quella vicenda era già a Palermo e resta ancora da chiarire chi e in base a cosa abbia deciso di trasferire questa nuova indagine dall’Aquila (dove pare fosse partita, sempre in collaborazione con il NOE dei carabinieri) a Roma anziché a Palermo.

E allora non rimane altro che farci le giuste domande: cui prodest? A chi giova? Non ci vuole Sherlock Holmes per renderci conto che siamo di fronte all’ennesimo tentativo di delegittimare questo testimone a tre settimane dall’udienza preliminare. Chiunque sia un minino a conoscenza dei fatti se ne rende conto. Ma si tratta anche di un vero e proprio messaggio, di una intimidazione pesante alla vigilia del processo dove Massimo Ciancimino dovrà deporre e confermare quanto dichiarato ai pm durante la fase delle indagini preliminari. Un messaggio così chiaro che l’indagine è condotta da Ultimo in persona. Forse se il generale Mori fosse stato ancora nei carabinieri, l’avrebbero affidata a lui?

Questo lo ha ben presente anche Massimo Ciancimino che ha dichiarato alla stampa: “Sono sorpreso di quest’ennesima perquisizione relativa a una vicenda su cui sta già indagando la procura di Palermo. Non capisco su quali basi i pm romani abbiano la competenza sull’inchiesta e resto perplesso sull’opportunità che a coordinare l’indagine sia il colonnello ‘Ultimo’ che più volte si è espresso sulla mia persona definendomi delinquente e mafioso”. E ancora: “Questa cosa accade a 20 giorni dall’inizio del processo sulla trattativa Stato-mafia. Spero solo di riuscire a deporre. I tentativi di delegittimarmi saranno molti“.

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