SPLATTER/ Lo strano caso dei Cannibali

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Sella scena letteraria e culturale degli anni novanta, in pieno fermento artistico, durante l’ascesa editoriale di moltissimi giovani scrittori, un gruppo di penne o meglio entità sanguinarie e amanti dello splatter, dell’azione feroce e del gesto omicida, si aggiravano indisturbate tra i palchi e i talk show. Hanno vissuto in mezzo a noi; hanno venduto e avuto successo. Chi sono? Da dove vengono? Cosa vogliono? Chi sono, in definitiva, i Cannibali?

 

Un racconto di Ammaniti non è più violento di una serata su canale 5”

La ferocia, il sangue, adolescenti disadattati e resi crudeli dalla società, amori tragici, omicidi, serial killer costituiscono una parte del bagaglio tematico dei Cannibali e delle loro storie. Critici ed editori li hanno etichettati così: li hanno uomini assetati dell’eccesso di horror che si dilettavano a causare sgomento e ripugno ai ben pensanti. Hanno costituito una nuova avanguardia, una tendenza narrativa che si opponeva agli eccessi materialistici della società con immagini forti e crudeli. Un antagonismo così forte che il cannibale Aldo Nove fu costretto a difendersi con la frase sopra riportata dalle accuse di oscenità. Un ruolo forte e longevo che, rivisto alla luce degli esiti letterari dei nostri giorni, hanno avuto ragione di esistere.

Gioventù Cannibale: l’alba dei mangiatori di uomini 

L’epiteto di Cannibale potrebbe far pensare a antropofagi, a mangiatori di uomini: in realtà non stiamo parlando di questo. Questo nome o meglio questa etichetta che l’editoria affibbio a questo gruppo di scrittori e scrittrici si riferiva alle loro tendenze splatter, alla loro spietatezza. Partiamo dalle origini. Chi sono? I loro nomi sono noti oggi come allora: Niccolò Ammaniti, Simona Vinci, Aldo Nove e molti altri. Da dove deriva effettivamente questo nome? Da Gioventù Cannibale: la prima antologia italiana dell’orrore estremo. Questo è il titolo dell’antologia di dieci racconti che ha inaugurato l’ascesa di tale movimento. Pubblicato nel 1996 in breve tempo divenne un caso letterario. Storie e temi mai trattati in quella maniera prima di allora; uno stile e una lingua vicini al parlato (tipica delle scritture degli anni ottanta e novanta); una crudeltà gratuita per smuovere le coscienze assopite dei lettori. In pratica un esplosione di assensi e di successo, ma anche di critiche. Romanzi di genere, ipocriti asserviti al sistema (antagonisti, ma legati al sistema editoriale), etichetta sbagliata per autori di serie B. Tutto questo non ha scalfito la loro presa sul pubblico e le loro influenze sui posteri.

Pulp fiction o Forrest Gump

I Cannibali avevano però dei fratelli e delle sorelle gemelle. Diverse da loro, diciamo, più buoni. Non si può considerare il cannibalismo senza il suo lato buono senza i “Buoni”. Questi (parliamo di Enrico Brizzi, Giulio Mozzi e altri) prediligevano storie soft, pacate, con un pizzico di amore adolescenziale e molta amicizia: insomma storie alla Forrest Gump. Inevitabilmente anche il film come tutti i mass media hanno una presenza importante in queste scritture. Nel nostro caso forniscono ai nostri il materiale per cucire le proprie trame: Forrest Gump di Robert Zimeckis per i Buoni e Pulp Fiction di Quentin Tarantino per i Cannibali. Ed è proprio da questo capolavoro del cinema mondiale che i nostri si rifanno in tutto e per tutto: un film ricco di azione e di sangue.

Sono tra noi

Hanno vissuto indisturbatamente fra di noi; hanno scritto, pubblicato i loro racconti da incubo. Li abbiamo amati e letti anche noi per curiosità, per amore del genere o per sentito dire. Storie di omicidi che hanno sconvolto le menti di molti lettori. Tutto questo in una Italia dove l’omicidio è sdoganato come reality show come talk show.

Nonostante l’abitudine questi racconti così reali a leggerli da sembrare veri: chi sa che non si avverino? Forse qui è la vera forza dei Cannibali: non quella di essere mangiatori di uomini o di nascondersi dietro etichette terrificanti…..la vera spinta, la vera originalità è quella di farci vivere in un incubo “reale”!

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