FASCISTI ROSSI/ Le camicie nere di Togliatti

PALMIRO_TOGLIATTI

Figure anomale nell’ambito della politica italiana del secondo dopoguerra. Uomini politici che saldavano insieme socialismo e nazionalismo creando una sintesi innovativa per alcuni e reazionaria per altri. Emblemi di un periodo della storia italiana segnata da faide tra fazioni politiche seguite alla caduta del fascismo e da periodi di pacificazione. Sono i Fascisti rossi, o meglio noti come le camicie nere di Togliatti.

 

La storia non ce ne parla, almeno quella sui libri scolastici, ma il loro ricordo è ancora vivo. Sto parlando di un movimento ideologico che è nato e che ha agito in un epoca oscura, il secondo dopoguerra, segnata da faide e riconciliazioni, giocando un ruolo importante nella pacificazione tra destra e sinistra all’indomani della caduta del fascismo. I Fascisti rossi, definiti da alcuni “le Camicie nere di Togliatti”, da altri “Comunisti Neri”. Fascisti, ma anche socialisti; reazionari, ma anche rivoluzionari. Una simbiosi politica che ha pochi precedenti.

Le origini del cosiddetto “fascismo rosso”, quello “antiborghese” e “anticapitalistico”, a cui costoro si rifacevano, sono rintracciabili nel ventennio fascista. Personalità del calibro di Berto Ricci e Marcello Gallian, ex anarchici, inaugurano una poderosa migrazione politica di molti socialisti da sinistra verso destra, verso il fascismo. L’avvicinamento a Mussolini non poteva che influenzare il loro pensiero pur rimanendo saldamente legati alle loro origini socialiste, rompendo con la cultura ufficiale che, come sappiamo, divulgava principi e valori opposti.

L’esperienza dell’Rsi aveva mostrato la messa in pratica di queste idee con il programma di socializzazione delle industrie sia con la nascita si un fronte antiplutocratico composta da comunisti e fascisti.

Queste idee e questi progetti verranno ripresi negli articoli di una delle riviste più note del secondo dopoguerra e fulcro del socialismo nazionale: Pensiero Nazionale. Nel 1947 fecce la sua apparizione per la prima volta a Roma, la cui direzione fu affidata a Stanis Ruinas, pseudonimo di Giovanni De Rosas (1899 – 1984).

Reduce di Salò, rimase sempre fedele ai suoi ideali che si rifacevano alle idee repubblicane, socialiste e mazziniane nonostante la persecuzione e il carcere. Per un decennio fu il punto di riferimento di ex repubblichini e dei fascisti rossi, smarriti e poco soddisfatti della politica del neonato Msi. Nel pieno della Guerra Fredda Ruinas e i suoi “camerati” si schierarono in maniera aperta con il Pci, pur rimanendo autonomi dalla linea politica dei comunisti, convinti sostenitori della nascita di un fronte socialista unico autonomo dall’URSS e dagli USA.

In questo grande gioco di potere Ruinas svolse un ruolo importante nella politica di riconciliazione di Togliatti, nel traghettare numerosi “ex erressini” da destra a sinistra e nell’essere un punto di dialogo tra Msi e Pci. In questo compito Ruinas fu incoraggiato da un giovane Enrico Berlinguer, presidente della Fgci, che, successivamente, taglierà tutti i ponti con Stanis.

Il PN va ricordato anche per la sua intensa campagna politica contro l’Msi, contestando la sua collusione con i poteri economici e con gli ambienti vicini agli americani, portando di conseguenza avanti una politica anticomunista fuori dai progetti di Ruinas. E proprio nel partito di Almirante Ruinas puntò la sua attenzione per la raccolta di proseliti, specie tra le giovani generazioni.

I rapporti con i comunisti non furono sempre buoni. Scossoni e riconciliazioni si alternarono fino alla rottura definitiva che ci fu dopo la morte di Togliatti. La linea politica del Pci ormai era cambiata e PN non aveva più un ruolo.

Ruinas rimase alla guida del giornale fino al 1977, ma con una carica “eversiva” ridotta sia per i tempi sia per la perdita di numerosi collaboratori passati nelle file del Pci, assolvendo di fatto al suo ruolo principale.

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