ELEZIONI U.S.A. 2012/ La sfida per la Casa Bianca e il futuro di una nazione

Barack Obama ha vinto per la seconda volta la corsa alla Casa Bianca. E’ stata una delle campagne elettorali più intriganti della storia degli Stati Uniti che ha visto scendere in campo due agguerriti sfidanti, Obama e Romney, e l’intero establishment culturale e politico americano. Colpi bassi, faccia a faccia tesi e la grande partecipazione popolare hanno indotto tutti noi ad interrogarci sul futuro della grande potenza. Lo spoglio delle schede ci ha tenuto con il fiato sospeso per una serie di sorpassi nell’exit poll che ha assegnato a più riprese la vittoria a uno dei candidati. L’ansia si è sostituita alla felicità quando all’alba del 7 novembre è stata annunciata la vittoria del presidente ex uscente, accompagnata dal boato di entusiasmo a Chicago.

 

di Alfredo Incollingo

four_more_yearsCon 303 seggi Obama ottiene il secondo mandato alla Casa Bianca. Il suo sfidante, Mitt Romney, ne ha ottenuti 206. Un buon esito nonostante il candidato repubblicano in molte occasioni ha avuto il trionfo tra le mani. La rimonta definitiva c’è stata solo con i risultati degli scrutini negli Stati in bilico, Virginia, Nevada, Iowa, Colorado e Wisconsin, dove la disparità è stata però di pochi punti. Solo in Florida si è registrato una schiacciante vittoria. I repubblicani al contrario sono riusciti a tener testa ai loro avversari, strappando ai democratici il North Carolina, ex roccaforte “nemica”. Un successo combattuto, anche se annunciato dai sondaggi pre-voto.

Romney ha esordito fin da subito puntando il dito contro l’incompetenza del Presidente, accusandolo di aver affossato ancor di più una nazione ricca come gli Stati Uniti. La principale imputazione è quella di “socialismo”. Obama ha aumentato la pressione fiscale sul ceto medio e sulle piccole e medie aziende. Allo stesso modo ha pesantemente tassato l’alta borghesia, già colpita dalla recessione e dalla stagnazione dei mercati. A questo vanno poi aggiunte le riforme progressiste (Lilly Ledbetter Fair Pay Act, la legge del ‘Don’t ask, don’t tell’ ecc.) e l’aumento della spesa pubblica per la sanità (“Obamacare”, la riforma sulla sanità pubblica), per i sussidi alla disoccupazioni e per diversi incentivi, tutti volti a favorire la spesa privata e la ripresa economica. Insomma…un programma da vero bolscevico, secondo Mitt! Le migliori invettive sono state spese sulle tematiche riguardanti Iraq, Afghanistan e i rapporti con i Paesi del Bric. Obama ha tradito le sue parole, dice Romney, non ha ritirato le truppe e si inginocchia dinanzi alle nuove potenze straniere. Insomma Romney descrive il suo antagonista come un debole e un comunista, accusa infame per un americano.

Il programma elettorale del repubblicano si può riassumere in uno slogan storico: “no allo Stato”. Il conversatore sembra ancora legato al neoliberismo, ormai divenuto un tabù negli Stati Unti. Defiscalizzazione, taglio delle spese (eccetto quelle militari) e riduzione del debito, cancellazione dell’Obamacare e un debole protezionismo ai danni di Cina e del Bric sono le parole chiave della sua campagna elettorale. Una ricetta che, in mondo afflitto dalla crisi, sembra anacronistica. Tutti i suoi sforzi sono stati indirizzati a conquistare i voti del ceto medio, il motore della potenza americana, e dei “ricchi”. A quanto pare pochi hanno creduto di nuovo al neoliberismo e tanto meno ad uomo che mette da parte la parola “diplomazia” per sostituirla con “politica estera intransigente”. Gli Stati Unit, dice Romney, hanno piegato la testa nei confronti di Cina, Iran e Russia, assecondando le loro pretese. E’ tempo di riprendere in mano la situazione. In questo ambito si sono spese molte parole per criticare la polita diplomatica di Obama in Medio Oriente, troppo leggera e parolaia. Impegnati in varie campagne militari, gli americani non hanno gradito affatto le voci su presunte azioni di forza.

Cosa fa Obama? Come risponde alle critiche del suo sfidante? C’è da dire che il suo primo mandato ha coinciso con il culmine della crisi. Nessuno, credo, sarebbe stato in grado di gestire la situazione e di deliberare in modo tale da scongiurare pesanti ripercussioni, pari a quelle della Grande Depressione. Barack ha agito in modo tale da appianare le divergenze sociali ed economiche tra i ceti alti e bassi, le quali allargandosi ancor di più avrebbero certamente danneggiato una situazione già complicata. L’aumento di spesa pubblica è stata volta a creare un welfare state che negli Stati Uniti non c’era. Queste scelte hanno necessariamente ritardato almeno il parziale ritiro delle truppe in oriente e le tensioni internazionali hanno obbligatoriamente spinto a mantenere la presenza americana in quelle terre. Una commistione di fattori di vario genere hanno obbligato Obama a posticipare, come afferma, la conclusione di questi progetti.

Nelle elezioni 2012 il presidente uscente (e riconfermato alla carica) ha garantito di portar a termine i propositi del primo mandato: aumento della pressione fiscale sui ceti alti a favore de poveri, incentivi all’occupazione (American Jobs Act), energia pulita, tutela dei cittadini deboli (immigrati,donne, minorenni e varie categorie), incremento ricerca scientifica, accesso facilitato alla scuola (Race to the top) e una politica estera diplomatica e cauta, specie su temi caldi quali Iran e Palestina. Obama promette di rigenerare gli Stati Uniti e di evitare una aggressività politica ed economica che sembra aver danneggiato il suo Paese. A noi toccherà giudicare il suo secondo mandato e per adesso non possiamo che augurargli:

Buon lavoro, Signor Presidente.

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