AUNG SAN SUU KYI/ La rivincita della Birmania

Il premio nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, ha stravinto nelle prime libere elezioni ,dopo circa 22 anni, della Birmania che dal 1988 è attanagliata da un duro regime militare. La battaglia per la democrazia è ancora lunga, ma questo storico successo, che ha visto la quasi totale vittoria del partito di Aung, ha dimostrato che il cambiamento non è poi così lontano.

di Alfredo Incollingo

aun_san_suu_kyiAung San Suu Kyi rappresenta quell’anima della Birmania che non si è ancora arresa alle tenaglie della dittatura militare che dagli anni ottanta opprime il Paese indocinese. Premio Nobel per la pace nel 1990, figlia di un noto politico tra i fautori dell’indipendenza, ha dedicato tutta la sua vita al suo Paese combattendo prima da sola e poi con il sostegno dei birmani e di organi internazionali. La sua avventura inizia nel 1988 quando ritorna in Birmania per accudire la madre gravemente malata.

Dopo la morte del padre, esponente politico del Partito comunista birmano, la giovane Aung si trasferì all’estero per intraprendere studi regolari e trovare serenità economica. Il suo ritorno presso la casa natale fu contemporaneo alla presa del potere del generale Saw Maung che da allora regge le redini di questa Nazione. La sua sensibilità politica ed umana, sostenuta dalla sua passione per gli insegnamenti di Ghandi, la portarono a reagire fondando nello stesso anno “La lega nazionale per la democrazia”, il partito con il quale si è presentata alle elezioni di marzo. Il sostegno popolare non è mai mancato. Nel 1990 il regime indisse le prime elezioni libere per formare un nuovo governo.

La Lnd ebbe la maggioranza dei voti e, nonostante il volere popolare, il regime annullò le elezioni ed impedì ad Aung di diventare Primo Ministro. L’anno seguente ricevette il Premio Nobel per la pace (1991) e continuò a lavorare per il suo popolo riuscendo ad eludere i controlli militari e a richiamare l’attenzione dell’Onu (che impose una serie di sanzioni economiche per il mancato rispetto dei diritti umani) e dell’opinione pubblica internazionale. Quattro anni dopo nel 1995 tali progetti gli costarono la condanna agli arresti domiciliari che si sono protratti fino ai giorni nostri con alternate restrizioni e maggiori libertà concesse per far tacere le voci indignate della stampa internazionali. Negli ultimi anni, nonostante l’isolamento forzato, le apparizioni pubbliche si sono moltiplicate. Il 13 novembre 2010 avviene ufficialmente la sua liberazione e la sua entrata legale nella scena politica anche grazie ad una maggiore flessibilità che ultimamente il regime birmano ha concesso.

Ed arriviamo ad oggi. Le elezioni di marzo hanno visto la Lega di Aung San Suu Kyi ottenere quasi la totale maggioranza dei voti nella maggior parte dei seggi. La sua vittoria viene festeggiata da vaste folle che la acclamano come la nuova anima di un Paese stanco dell’oppressione. Al di là di questi risultati così positivi la sua rappresentanza nel parlamento birmano è ancora troppo bassa. Dei 224 seggi della Camera Alta e dei 440 di quella Bassa, il regime militare dispone della maggioranza che assegna a suo piacimento. La “guerra” non si può dir vinta. Solo una delle più importanti fortezze è stata espugnata: adesso toccherà non retrocedere di un sol passo.

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